Pacific Coast on the road

Shares

Ultima tappa del mitico viaggio in USA di Alessio e famiglia: 10 giorni lungo la Pacific Coast on the road, da San Francisco a Los Angeles. La strada percorsa è la mitica Pacific Coast Highway, la route n.1.

 

Giorno 11 Armargosa Valley – Linsday 470 km 6 h

Al crocicchio della morte (Death Valley Junction), imbocchiamo la valle omonima tra colline aguzze, colorate con ogni declinazione di marrone. Il fondo stradale è buono e ancora non vi si attaccano le suole all’asfalto se uscite. Davvero ben augurante il gabbiotto automatico vuoto per il pagamento delle fee di ingresso. Del resto, quale impiegato ha intenzione di bollire rinchiuso lì dentro? Comunque sia, alle 10 faceva meno caldo che a Las Vegas, nonostante i numerosi warnings che si incrociano leggendo le guide turistiche.

In poco tempo “scaliamo” la rampa d’asfalto che termina al Dante’s View. Ne vale la pena. Peccato che dove non ti ferma il caldo, ti mettono in fuga le vespe. Attenzione, tutto l’anno. E poi giù al Zabriskie point, foto e avanti tutta verso il visitors’ center: un buon luogo per una pausa fresca.

La Death Valley

 

La Death Valley è il parco nazionale più grande degli USA, già località turistica negli anni ’50.

Viene accreditato di una ricca fauna (linci, coyotes, mufloni, serpenti, puma e roadrunners), ma noi abbiamo visto solo quei dannati insetti con il pungiglione. Ai nostri occhi è stato deludente rispetto agli altri grandi parchi, però noi non abbiamo fatto la famosa strada che va al Bad Water. Forse meriterebbe scoprirlo con i rangers. Dannato poco tempo!

Ecco il punto di vista di Elisa che ha percorso anche il Bad Water:

About me

Il fascino della Death Valley sta nell’essere deserto a tutti gli effetti. Per me era il primo che vedevo. Caldo impressionante, bacini salati prosciugati e splendenti di bianco sale, dune di sabbia in cui rotolarsi, tutte le sfumature di oro, giallo, arancione e marrone che possono assumere la terra e la roccia.

Elisa

Piccoli Grandi Viaggiatori

Terminato l’ennesimo saliscendi da brividi al motore e freni ci fermiamo a fare gasolio a Panamit Spring sulla 190. 25 abitanti, 1 motel, 1 bar-ristorante e il benzinaio da 5$ al gallone. Incassata la tariffa più alta della vacanza, congediamo il gestore con i complimenti per il suo spirito di adattamento. Altra lunga trasferta in una terra senza identità con planata finale in pianura.  Entriamo in California, terra dei pneumatici scoppiati! Si torna al traffico, ci sono resti di copertone ovunque. Però compaiono frutteti e olivi, rilassando il nostro subconscio con visioni amiche.

Dove dormire a Linsday

Il Super 8 Motel by Wyndham di Lindsay, comodissimo con piscina, è una buona anonima ed economica sistemazione di passaggio. Per cena tutti dal ristorante di riferimento della comunità messicana: rigorosamente prima delle 20, “perché qui dopo le 20.30 non esce più nessuno, cosa tengo aperto a fare”.

 

Giorno 12 Linsday – Squaw Valley 173 km 4 h

In un paesaggio appenninico affrontiamo la serie di tornanti che va su al Sequoia National Park. Arrivando di buon’ ora si parcheggia vicino al visitors’ center, altrimenti vi attaccate. Il pezzo forte naturalmente sono gli alberi e finché non provi ad abbracciarli in tre non ti rendi conto quanto siano grandi: che spettacolo. Scavandoli potresti ottenere un appartamento a torre.

Il Sequoia National Park

Non siate pigri e fatevi un paio di sentieri ad anello: a questo punto avrete collezionato anche picchi, cervidi, chipmans e se siete fortunati – noi no – orsi. Vi meritate un giro in macchina (o navetta) fino al Moro rock, picco granitico da scalare in una ventina di minuti, grazie ad una serie continua di gradini. In cima merita il panorama a 360° anche se simile a quello alpino. Scendendo prestate attenzione. Al fondo ristoratevi, ma senza americanizzarvi con pane e salse nei dispenser: se no avrete fatto tanta fatica per nulla! C’è ancora da completare un giro in macchina ad anello prima di scendere e recarvi a piedi dal Generale Sherman (la sequoia più grossa di tutte). 

Nel primo pomeriggio perdiamo velocemente quota con una bella statale, giù fino al caldo della Squaw Valley. Le ruote girano nuovamente su un facile sterrato e già da lontano i proprietari possono vedere se arriva gente. Il passaggio rompe il silenzio, in mezzo a recinti di mucche, pecore e cavalli; sembra di accedere ad una casa privata, anzi no: è proprio una casa privata, di una signora californiana con due figli a dir poco strani.

Questo è il fotogramma dell’arrivo: timidamente approcciamo al pickup piantato nel mezzo del terreno, in cerca di un gesto di ospitalità. Sentimento subito ricambiato da una bad girl con il viso imperlato di sudore e una sigaretta proibita tra le labbra: agita leggermente il fondo della bottiglia di coca cola a mo’ di saluto. 

Beh noi entreremo, dai. Con la circospezione dell’ospite educato, facciamo ingresso in un salone di 50 mq. Un piccolo automa alla playstation fa un impercettibile segno di aver rilevato intrusi. L’ uomo vestito a gradazioni di viola e nero ci accoglie, nel senso che chiama la madre muovendosi felpato su centimetri di onnipresente moquette.

 

Dove dormire a Squaw Valley

La padrona di casa del The Branded Calf B&B ci sa fare! La casa è super accogliente e ti si veste addosso: tutto aperto senza chiavi, camere enormi, ben arredate. Consigliato! Nel giardino mi cimento nel lancio del ferro di cavallo al palo, producendo un clamore degno di una campana di bronzo. Nel silenzio della campagna californiana. Ma come passano le giornate questi?

Si mangia alle 18.00 ovviamente. Ristorante 2 valleys, a 15 minuti di auto,consigliato, nonostante i quadri orrendi. La sala ospita commensali non ordinari: una suora, una coppia di fidanzati “alla mormona”, un signore zoppo con una lady troppo sovrappeso. Si concedono un dolce enorme e ci fanno un po’ di domande con la consueta affabilità americana: “ A noi piace cenare presto, ma qui puoi arrivare anche all’ultimo minuto, magari alle 19!”  Voilà amici del Mediterraneo, questa è per voi che mangiate d’estate alle 22.

Entra zio Jesse, ma zio Jesse davvero, con tanto di salopette e bandana sopra il cappello. In tv passano pubblicità molto veloci, con tante luci. Gli americani dal vivo sono piuttosto lenti, piuttosto assuefatti e probabilmente hanno bisogno di microshock per donare un po’ d’attenzione.

 

Giorno 13 Squaw Valley – San Francisco: 350km 4h30

La mattina al Calf è di rito una spettacolare colazione comunitaria; spuntano ospiti di cui non si sapeva manco l’esistenza. Tavolone enorme tra la sala e la cucina. La bad girl del furgone non risparmia la moquette bianca dai suoi piedi luridi e pure fuma. La famiglia si ricompone con l’arrivo di Mortimer, del figlio e della playstation.

La signora “Calf” è lì da 5 anni e non è chiaro se ci sia anche un marito. “La California si rigenera con gli incendi, se non hai cespugli vicino a casa, te la cavi, sennò brucia tutto. Ecco perché c’è tutta sta terra brulla intorno. Qui si vive di bestiame, più a valle di frutta e turismo”. Saluti e partenza. 

Sosta frutta da uno street shop e poi a capofitto in una stressante highway di 2 ore e mezzo fino a S.Francisco, Frisco per i locals.

 

Dove dormire a San Francisco

Benedetto il momento del parcheggio! L’hotel San Remo, centrale zona Pier 39, ha un passato come scuola elementare ed è la quintessenza della perfezione retrò. Rampe di scale, camere minute, corrimano bianchi e oro, finestrelle per luce, piante e fiori. Perfetto. Ci accoglie un ragazzone con smalto e anelli alle mani. E’ San Francisco!

E ancora vecchi mobili lucidi, lampade e lanterne, specchi e diffusori di essenze. Super pulito. Se ne occupa una signora cinese. Quadri e due poltrone massaggianti, the e caffè sempre disponibile. Se non fosse per quella maledetta blatta spuntata in un cassetto!

Cosa fare a San Francisco

Frisco è famosa per la nebbiolina e il vento. A noi è toccato solo il vento, che ci ha accompagnato durante la crociera sotto il Golden Gate.

Dalla baia la città sviluppa prevalentemente con case basse, interrotte da un grappolo di grattacieli della zona finanziaria, assai più vivibile di altre metropoli americane.

La zona italiana è molto turistica e in questo si trova massima espressione sul lungomare e al Ghirardelli Plaza. Scopriamo anche una antica focacceria ligure, contaminata dal gusto americano, ma autentica nell’accoglienza e nei pacchetti chiusi con lo spago. Il ristorante italiano Fiori d’Italia, sotto il Sanremo, cancella giorni di burgers e supermercati. Prima di rientrare facciamo un giro fino a Lombard street, quella a zig zag, ma ci vorrebbe un drone per apprezzarla nel suo insieme. C’è tempo anche per incontrare un coyote in pieno centro.

Giorni 14 e 15 San Francisco

 

Abituati nei film a vederla spuntare dalla nebbia, Alcatraz  con il sole è quasi surreale (gita non compresa nel San Francisco city pass). Uno scogliaccio battuto dal vento a 2 km dalla costa.

E’ ancora avvolta nella leggenda l’unica fuga di tre elementi in una notte del ‘63.

La ricostruzione ufficiale recita: morti nelle marroni acque gelide della baia. Ma tanto basta per alimentare il mito e rendere ancora più celebre Clint Eastwood con la sua magistrale interpretazione. Il turista rivede tutti i luoghi del film: prime fra tutti le celle 3×2, crede di sentire parlare Al Capone o riconosce l’uomo degli uccelli guardare dalle finestrelle la bella vita sulla terraferma.

Quando i cancelli di tutte le celle scattano a sorpresa, più di uno trasalisce. Era una piccola città, Alcatraz, con tanto di scuola per i figli dei secondini. Ora è rivendicata dagli indiani, ma dominata dai gabbiani. Rientro in fresca serata e cena da Fiori d’Italia.

In città riscuote molto consenso il giro sui vecchi cable car, tram d’epoca. Sempre presi d’assalto, fanno parte del San Francisco City pass. Informatevi sui costi in base a quanti giorni soggiornerete, conviene! I saliscendi ondulati dritto per dritto, guardando la strada da un predellino, riportano ad un laborioso passato visto nelle fotografie dei nostri nonni. Ci sono anche i tram moderni, contrassegnati da lettere, che vi permettono con qualche bus di girare dappertutto.

Noi abbiamo raggiunto a piedi l’affollato molo Pier 39, regno dei leoni marini e negozietti (9$ un sacchettino di ciliegie ndr.).

Nelle vicinanze c’è l’acquario, più piccolo di quello di Genova, ma più spettacolare, ne vale la pena, solo per vedere come gli americani siano in grado di sceneggiare una situazione. A seguire e con l’ausilio del trasporto pubblico abbiamo raggiunto l’Accademia delle Scienze, con sosta presso le 7 sorelle (7 case gemelle per la verità poco interessanti). Un gioiello di tecnica e natura inserito nel San Francisco City pass: Planetarium, zona verde con farfalle, rettili e pesci, tanti laboratori e stanze tematiche. Potete pure sentire le vibrazioni del terremoto in una stanza simulatore.

Dopo tanta tecnologia una passeggiata nei giardini giapponesi (a pagamento) rilassa la mente. Per cena tutti da Buden, panificio gioielleria con ristorante vista baia. Cosa aggiungere? San Francisco è piuttosto a misura d’uomo per cui dipende un po’ dagli interessi di ognuno, a noi è mancata solo la partita dei Giants.

Per gli appassionati di arte e di murales Elisa vi consiglia di non perdere anche il SFMOMA, il Museum di Modern Art nel quartiere di Yerba Buena con una ricca collezione di arte moderna e contemporanea di rilievo mondiale. E poi assolutamente vale la pena ammirare i murales di Diego Rivera (il marito di Frida Khalo, ndr) e della sua scuola in quartieri come Mission, Castro e Haight-Ashbury. A Mission troverete anche degli ottimi ristoranti gestiti da autentici messicani. Potrete ristorarvi con dei succulenti burritos, ad esempio, dopo la visita ai murales!

Giorno 16 San Francisco – Santa Cruz: 124 km 2h30

Causa scarafaggio emerso da un cassetto, di quelli che non vivono mail da soli, la notte precedente decidiamo di abbandonare anzitempo S.Francisco. Merita farvi immaginare la mimica facciale del lui/lei cui consegno il bacarozzo. “Wow”. Archivia tutto in una busta CSI sigillandone i lati con insicuri polpastrelli nascosti sotto unghie smaltate di nero. Funebre. Visibilmente in apprensione per eventuali feedback negativi, comunica subito il cashback della notte che non faremo più.

Tranquilli, il Sanremo resta consigliatissimo. In effetti S.Francisco era “a posto così” per noi : 3 giorni li abbiamo trovati sufficienti. Anche perché ci accoglie la famosa nebbia che incappuccia la Piramide grattacielo, Alcatraz e il Golden Gate.

Montiamo sul cable car meno affollato, quello di Bay street/Taylor street e saltiamo giù a Chinatown.

Il mito dei cinesi sempre al lavoro qui non vale: aprono alle 10 pure loro. Vaghiamo un po’ alla ricerca del biscottificio della fortuna e ci infiliamo in un vico occupato al 95% da un camion. Pancia e zaino strisciano tra metallo e muro; il Golden Gate shop è li dietro, ma un cancello rugginoso ci separa. La signora anziana si alza ad aprire, pronunciando il suo invito in cinese, probabilmente l’unica lingua che conosce.

Qualcuno si ricorda del film: Grosso Guaio a Chinatown?

Siamo lì, mancano solo le tre furie, perché il camion è già all’ingresso del vicolo. Il figlio o presunto tale è lesto a fermare il macchinario dei biscotti, rimproverando la madre per aver abbandonato la catena di montaggio: uno sgangherato ammasso di ghisa del’ 900 ma perfettamente adatto all’uso.

Nelle ciotoline girevoli entra un impasto giallo che solidifica in qualche istante e consente all’anziana signora sì e no 30 secondi per estrarre i cerchietti, infilare il bigliettino e piegarli con la tipica forma a C. Dopo tale periodo la cialda non si piega più, ma si rompe. Foto 5$, ma noi sfruttiamo la gopro nascosta per filmare; ci vede il barbiere a fianco e non è stata una bella sensazione incrociare il suo sguardo.

Proseguiamo il nostro giro scendiamo all’imbarcadero fino all’Exploratorium (compreso nel San Francisco city pass) andando a spasso tra divertenti macchine/esperimento di matrice universitaria, vero spasso per i bambini.

Street food a pranzo, da un famoso fish and chips – The Fish Godmother, consigliato a chi piace il genere. Sono gli ultimi momenti a San Francisco e ci mettiamo in coda per percorrere il serpentone di Lombard street tra due ali di folla e smartphone, consapevoli che vederla dall’alto nelle foto è ben altra cosa.

Goodbye San Francisco

C’è vento sul Pacifico e con lui nuvole di sabbia nell’aria; deve essere una consuetudine perché c’è gente in spiaggia, con l’espressione tutt’altro che indispettita, al contrario dell’uomo mediterraneo al volante (io). Mi pare che gli americani si accontentino più facilmente rispetto all’italiano medio, soprattutto nel vestire e nel mangiare, che a livello basico costa pochissimo. A parte il cibo spazzatura che era cosa nota, non ci aspettavamo fossero così uniformati nell’abbigliamento: leggins o tuta, scarpe sportive o infradito, t-shirt o felpa. Stop.

Pacific Coast Highway

Verso Santa Cruz la Pacific Highway o US101 lambisce a sbalzo grandi spiagge a mezzaluna alternate da cittadine costruite per i surfers, estesi campi di frutta sul mare e vegetazione aghifoglie sulle prime colline.  Gran bei paesaggi, nulla da dire, peccato per il vento teso continuo e un grigiore persistente in cielo che ne impediscono un pieno godimento. Al pari di un bel piatto di spaghetti senza sale.

Ho ancora da capire perché madre natura sia così avversa alla costa pacifica: con soli 10 km nell’entroterra si trovano caldo e sole. La costa tabù. In questo tratto il profilo del turista medio è mutato per cui via i caravan e i sovrappeso, per far posto ad auto sportive e ganzi al volante. Anche noi abbandoniamo il motel style ed in previsione di una settimana di relax pernottiamo in strutture migliori con piscina (talvolta inutile per il freddo) e campi da tennis.

Siamo a Santa Cruz cittadina “di nome” sul mare. Nulla da vedere con la sua urbanizzazione elegante europea: rispetto al solito mancano solo i palazzoni. Poca gente al mare, anche perchè fa un freddo notevole.

Dove dormire e cosa fare a Santa Cruz

Per la cena lasciamo l’hotel Chaminade Resort e spa per recarci da Tramonti, ristorante italiano per quelli che ne hanno “a basta” di carne alla griglia!

Chiudiamo al luna park sulla spiaggia, antichissimo in legno, con divertenti giochi di luci, dondoli, razzi, montagne russe, seggiovia e gran stand di “vinci il pupazzo”. Ne approfittiamo per far disegnare la caricatura al bambino da una sorprendente artista universitaria.

Giorno 17 Santa Cruz – Monterey 70km 1h

Continuiamo il nostro viaggio al fresco, con ritmi più blandi. Il verbo “rilassarci” è entrato deciso nel nostro vocabolario. Non che la vacanza sia uno stress, ma quando cerchi di vivere più emozioni nuove possibile, puoi cedere alla stanchezza. La nebbia, lì su la costa, è piuttosto puntuale a metà mattina e non lascia troppo scampo. Attraversiamo per un po’ grandi campi di frutta dove fa bella mostra il marchio Del Monte, vicino a nugoli di lavoratori messicani intenti a raccogliere. Momenti di riflessione.

Ci fermiamo davanti all’ingresso della 17 Miles drive, attenzione: una delle strade più belle del mondo!

COSTO: 10$ l’ingresso da scontare su eventuali acquisti all’interno. Diciamo che il colore del cielo non aiuta, il vento teso e freddo neanche, ma qualcuno ha mai percorso le Cinque Terre oppure la Costiera amalfitana? La strada più bella del mondo? Forse quella più cara, dato il numero di gran ville da 40M$, in legno e attaccate una all’altra. Cultura americana.

Qualche fermata è paesaggisticamente interessante. Incontriamo anche 3 bellissimi daini, e mangiamo un panino al bar del golf in mezzo a milionari in ciabatte da piscina.

Quando filtra un po’ di sole tutto è più bello e pure il mare da grigio prende tonalità di blu. Mal celando la delusione con il mugugno ligure, andiamo da Clint Eastwood a Carmel by the sea, che annovera l’illustre attore quale sindaco per 20 anni. Le auto dal “centro” però non le ha tolte. E fatta eccezione per qualche casetta da Hansel e Gretel non ha nulla da dire. Li invidio gli americani, si accontentano di poco.

Le Mance negli USA

Occhio alle mance che per noi europei sono una rogna! Ti portano sto dannato bancomat, tutto pre-impostato e tu devi scegliere la percentuale di “Tips”, generalmente con tre opzioni: spilorcio 10%, normale 15%, spandi 20-25%. Sono pugni nei reni, perché in Europa quello che vedi sul menu paghi…mica devi fare conti con tasse mance come a Monopoli (il gioco). In più, alcuni furboni infilano nel conto già una certa percentuale di mancia e sul bancomat appare la scritta gratuity: una mancia su un conto con la mancia!

Per gli irriducibili del contante mettete in previsione di essere squadrati come delinquenti del ramo droga prostituzione se tirate fuori un biglietto sopra i 20$.  

Monterey è carina: cittadina per inscatolatori di sardine nella vita precedente, ora è titolare di uno dei più famosi acquari. La vediamo con il sole per qualche decina di minuti per cui possiamo apprezzare i colori vivi delle case, il bianco dei pontili e l’azzurro del mare. Posso permettermi di dire che sia piuttosto fotogenica, negli scatti sembra un paradiso….dal vivo, se ne colgono tutti i limiti. Sarà per via del clima non estivo, peccato che non lo sia quasi mai. Il mare è verde di alghe o spumeggiante di onde, buono solo per i leoni marini.

Giorno 18 Monterey

Dove dormire e casa fare a Monterey

Alloggiamo in un bell’ albergo internazionale Portola Hotel & Spa: 5 o 6 piani con una micro piscina. Perchè mai? Semplice fa così freddo che la usano in pochissimi. In compenso i biscotti sono buonissimi.

Mattinata in ostaggio di Eolo, che sorpresa..! In 4 km a piedi (le distanze, ricordatevi sempre le distanze) siamo all’Acquario.

Costo 50+50+30 dollari. E’ comunque pieno, perché con sto vento i bambini sono al riparo! Idem come San Francisco, scenografia voto 10. Una sala delle meduse allestita magistralmente, meglio di un cinema 3d. E laboratori, sul “feeding the fish”, volendo puoi entrare nelle vasche come un sub! La nostra app gratuita Here we go ci indica la strada verso Big Sur, preludio per un viaggio in un ambiente ostile, struggente, bello e selvaggio.

La memoria ci ha riportato ad una Sardegna ventosa, ma i ricordi di quel viaggio sono un po’ sbiaditi.

Peccato davvero che faccia così fresco, e il mare non si possa utilizzare. Della destinazione finale si segnala solo una benzina carissima in linea con la Death Valley: la strada infatti è “temporaneamente” interrotta e quel piccolo paese è il capolinea. Si torna indietro, tutti ordinatamente al seguito di lenti caravan. Uno di questi ci riserva una sorpresa col patema, andando in fiamme in 30 secondi, costringendo la famiglia a bordo ad una pericolosa fuga in mezzo alla strada. Purtroppo i mezzi sono molto sollecitati sulle strade americane.

La cena la consumiamo sul pontile The Fisherman’s Warf da Fina, durante un bel tramonto con il sole. Ed è di nuovo tutto più bello. In questo ottimo ristorante pseudo-italiano c’è un tavolo perennemente riservato a John Madden, e scusate se non sapessi chi fosse. Praticamente un cartello vi invita ad alzarvi se lui comparisse sulla porta per mangiare. Potenza del football ‘mericano. Altro particolare, nel bagno troverete il giornale del giorno, nel caso vi doveste trattenere..

Vivere il 4 luglio negli States

Continua il viaggio sulla costa, con qualche puntata verso l’interno dove matematicamente ci accoglie il sole e temperature miti. E’ il 4 luglio. Non una data qualunque da queste parti! Ci fermiamo quasi a caso a Templeton, una piccola cittadina di campagna per assistere alla sfilata. 

Tutti hanno una sedia pieghevole e qualcosa a stelle e striscie. Tutti incitano e applaudono. Carri, auto antiche, auto tamarre; sfilano pompieri e guardie a cavallo. Veri e propri banchetti improvvisati, per strada, a celebrare una vera festa nazionale multirazziale.

Ricorderò per sempre una bambina boccoli biondi, appollaiata su una gigantesca ruota di trattore sventolare un fazzoletto come si faceva ai soldati in partenza per il fronte. Rompiamo l’incantesimo quando riponiamo le nostre bandiere da temporary americans e avviamo il motore.

Hearst Castle

Un’ora di campagna californiana ci scorta all’ Hearst Castle, eccentrica dimora del ‘900 di un altrettanto eccentrico magnate della carta stampata. Bello, ben spiegato, bel panorama, bel giardino, con una piscina interna incredibile. Lo sa anche Lady Gaga che lo ha affittato per girare il video di Guy.  Terminati i soldi di famiglia, i parenti del vecchio riccastro lo hanno regalato al sistema di parchi americano. Seduti sul nostro bus del ritorno ci gustiamo il panorama dalla grande collina verso il mare super blu; cielo sereno con un bel contrasto di colori.

Nel rientro verso Morro Bay in macchina facciamo tappa ad Harmony, composta da 4 case sotto strada ove hanno inventato un siparietto di statue giganti, case retrò, offrendo caffè e marshmallows in un finto edificio postale. Gentile il cartello che invita a servirsi in assenza degli abitanti. Tutto utile per una foto.

Morro Bay sembra una nostra località balneare in primavera e per cominciare ci salassano in uno dei motel (da evitare il Bay  View Inn) vicino alla marina – poche case, poca gente e un leone marino.

Andiamo a Cajucos a cercare un pò di movimento, dopotutto è sempre il 4 luglio. Sulla spiaggia si scatenano i sudamericani con barbecue giganti da giardino, tende e accampamenti.

Lo sguardo incrocia più di un personaggio, qualche esibizionista prevalentemente abbigliato stelle e strisce. Si chiude con i fuochi d’artificio anticipati: alle 21, come tutti gli orari americani. I più audaci se li gustano a perpendicolo sulla propria testa, in acqua aggrappati ad una tavola da surf.

Giorno 20 Morro Bay – Santa Barbara: 200km 3h15

Una passeggiata sul lungomare di Morro Bay chiude i rapporti con questa località, di cui ricorderemo il pigro leone marino come migliore espressione.

I danesi ci attendono nel loro bel paesino ricreato ad arte: Solvang. Mulini, case basse, colori vivi e cibo riportano il turista nella vecchia Europa, se non fosse per queste dannate automobili che sono ovunque.

Santa Barbara è cara (300$ per una stanza ordinaria al Best Western), del resto era già famosa nei telefilm e telenovelas. Personalmente non trovo nulla di così attraente, salvo forse il panorama fronte mare con migliaia di palme. Però basta percorrere l’ampia spiaggia per ritrovare il solito freddo mare, riservato alle mute da surf. Un piccolo accogliente centro commerciale stile villaggio, qualche artista di strada, un paio di homeless e nulla più.

Il calcio parla sudamericano: nel parco va di scena un allenamento improvvisato rossi contro blu. Lo spagnolo parlato stretto e concitato ha sempre il suo fascino. Poco lontano assisto alla mia prima partita di baseball di studenti locali, senza comprendere bene il funzionamento del gioco.

Giorno 21 : Santa Barbara – Los Angeles:  165 km 1h50

Optiamo per il viaggio lento sulla costa e non perdere i punti panoramici o urbanizzazioni degne di nota. Lento per modo di dire, poiché percorriamo sempre una bella superstrada multi corsia.  

Da Malibù a Santa Monica

Usciamo a Malibù, soprannominata al volo Malipiù. Praticamente un aggregato di ville milionarie, poco distanti fra loro, tagliate in due dalla strada a scorrimento veloce di cui sopra. Vista oceano certo, ma con davanti mooolti pali della luce e la vecchia cittadina. Lato audio: vento e motori.

Facciamo una deviazione per entrare nella vecchia città e ne usciamo subito dopo. Cosa abbia reso famosa Malipiù, me lo chiedo ancora adesso, levandomi il cappello in fronte alla marketing action dei milionari, che creano un effetto “pecore seguite il cane da pastore” di portata planetaria. Il bello-brutto di vivere nella stilosa Italia.

A Santa Monica finalmente troviamo il caldo che uno si immagina al mare. C’è un bel molo in legno sfruttato dai più frettolosi come passerella per selfie dal finestrino dell’auto.  

Il Pier abbonda di souvenir shops e artisti di strada tra i quali merita una menzione la giovane violinista Karolina Protesenko, che si può ascoltare facilmente su youtube. Non c’è che dire, è impossibile non fermarsi a guardarla almeno per 5 minuti, giusto vicino al cartello End of Route 66 e sotto il vecchio fascinoso luna park.

Venice Beach

Ci mettiamo in marcia verso Venice Beach, la Venice Beach di Baywatch, di Muscle beach con Schwarzenegger, Stallone e Lou Hulk Ferrigno. Attraversiamo la spiaggia di sabbia larga più di 100 metri e lunga km dove i pick up dei guardia spiaggia vanno tra una torretta e l’altra. Ricordando la serie tv mito degli anni 90’ ci troviamo un pochino interdetti per la mancanza di gente, bagnanti e caldo vero. L’avranno girata veramente lì? 

Per puntiglio facciamo il bagno, ma giusto per quello.  Nella nostra lunghissima camminata ci facciamo largo tra una squadra in allenamento proprio come nei film, un mucchio di surfers d’ogni età e restiamo ammaliati da un uomo-sumo seduto su un asciugamano. Sulla pancia ben evidenti e dilatate le lettere che compongono la parola Hawaii: indimenticabile.

Ti avvicini a Venice e aumentano gli originali, i fuori di testa, per lo più gente senza una razionale collocazione nella realtà. Molti sballati dalla droga, altri davvero giovani con gli occhi persi nel vuoto. Spazio libero agli esibizionisti del proprio corpo o delle proprie azioni. Un moderno circo Barnum che dopo un po’ smette di divertire la persona normale.

Ci mettiamo a giocare a tennis giusto dietro Muscle Beach nella completa indifferenza generale; poco più in là afroamericani sudano sotto canestro e una improvvisata modella seminuda è oggetto di un servizio fotografico di serie b. Il quadrato dei pesi raccoglie pochi adepti, visto che è l’ora di pranzo.

Qualora non lo sapeste Venice beach prende il nome dall’Italia perché ha 4-5 canalini in una zona della città piuttosto hippy-snob. Punto.

Rientriamo lungo la passeggiata, con incedere lento per guardare e non toccare nei negozi di souvenir, se non per collezionare la 20esima T-shirt. Monopattini elettrici ovunque. L’americano medio è pigro, anche se in queste zone tiene molto di più all’aspetto fisico.

Giorno 22 : Los Angeles – Milano

Ci prepariamo ad un caotico ritorno a Los Angeles, zona Aeroporto, per riconsegnare la nostra fidata Nissan ed aspettare il nostro volo con scalo su Monaco di Baviera per rientrare in Italia su Milano. Fine delle trasmissioni!

E così, come avrete capito, a parte la mitica “Frisco” la Pacific Coast, per quanto sia una strada scenografica che merita di essere percorsa e goduta, non è la parte degli Usa on the road che più ci ha conquistato. Due giorni, con un pernottamento lungo il percorso, sono il tempo giusto da dedicarle, secondo noi. Consiglierei una cena a base di “crab” del Pacifico se piace il genere, ce lo ricordiamo ancora a distanza di anni!

In America ci hanno conquistato maggiormente i grandi parchi. Abbiamo trovato la Monument Valley, il Grand Canyon e anche l’Antelope ed il Dead Horse Point meraviglie della natura, non perdetevi queste letture dunque! 

E voi siete già stati negli Stati Uniti on the road? Quali le zone che vi hanno più conquistato? Che impressione avete avuto della Pacific Coast e cosa avete amato più di “Frisco”? Vi aspetto nei commenti!!!

Per questi e altri viaggi all’insegna dell’avventura seguici sulla nostra pagina Facebook per essere sempre aggiornato sui nuovi post e avere consigli su viaggi a misura di famiglia!

Seguici su Facebook!

Entra nella community di Piccoli Grandi Viaggiatori!

Testo e foto di Alessio Tondo

SE TI E’ PIACIUTO QUESTO ARTICOLO CONDIVIDILO!

Shares

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *